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Il blog di viaggio di Chapka

Indigenous people trail: pellegrinaggio e avventura sull’Himalaya meno esplorato

Per gli appassionati di montagna, trekking e alpinismo, il Nepal rimane una delle mete più ambite al mondo: con l’eccezione del Terai, la lingua di terra pianeggiante al confine con l’India, questo piccolo Paese sud-asiatico è attraversato interamente dalla catena montuosa dell’Himalaya, tra le cui vette innevate spicca, per celebrità e altezza, il monte Everest: la montagna più alta del mondo! Ogni anno, lungo i sentieri montani del Nepal, si riversano centinaia di migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo: gran parte di questi, attirati dalla fama di certe zone o montagne dal nome particolarmente evocativo, percorrono i due trekking più famosi del Nepal, ovvero l’Annapurna Circuit, che traccia un percorso ad anello intorno al massiccio dell’Annapurna, e l’Everest Base Camp Trek, che da Lukla porta fino ai 5300 metri del campo base da cui partono le spedizioni per scalare l’Everest. Oltre a questi due – i più famosi e frequentati in assoluto – ci sono decine di trekking minori sparsi per tutto il territorio himalayano del Nepal, dalle zone più collinari, avvolte da una densa giungla tropicale, alle valli desertiche dell’Upper Mustang, dove il profilo rossiccio delle montagne ha come sfondo un cielo perfettamente azzurro, limpido e rarefatto.

© Samsararoads

Alcuni di questi trekking “minori” sono affrontati, ogni anno, da poche centinaia di persone, altri a malapena da qualche decina e altri ancora, come l’Indigenous People Trail, sono talmente poco frequentati che a stento si trovano le mappe in vendita nelle librerie di Kathmandu, quasi nessuno li conosce e sono pochissime le informazioni reperibili su internet. Se però siete alla ricerca di un’avventura, se non cercate un sentiero segnato ma una via del tutto nuova, un percorso che sarete voi a tracciare in queste valli, foreste, vette e colline punteggiate di villaggi sperduti; se non siete venuti dall’altra parte del mondo per seguire le orme del turismo di massa, ma per disegnare, in punta di piedi, la linea spesso ingarbugliata di un’esplorazione a tratti difficile, scomoda e faticosa, allora siete capitati nella parte giusta della mappa: quella di cui sarete voi a dover completare gli spazi bianchi, i villaggi e le valli senza nome, i fiumi che solo attraversandoli a piedi saprete da cosa vi stavano separando.

L’Indigenous People Trail attraversa una delle zone culturalmente più varie del Nepal, abitata dalle etnie Thami, Majhi, Sherpa, Newar, Yolmo e soprattutto Tamang, alcune delle quali non si incontrano in nessun altro percorso di trekking del Paese. Visitando i loro villaggi, dormendo nelle loro case e monasteri, avrete modo di osservare e magari di approfondire alcuni aspetti della loro cultura: l’affascinante sincretismo tra induismo, buddhismo e antichi culti sciamanici; i dipinti Thankga fatti dai pittori delle etnie Tamang e Yolmo; le loro pratiche agricole e pastorali, i piatti tipici e i costumi, i festival e gli Dei che venerano quotidianamente. Da un punto di vista paesaggistico, invece, l’Indigenous People Trail è particolarmente vario: dalle classiche colline terrazzate, tipiche delle altitudini più basse, si ascende attraverso foreste alpine, boschi di abeti e rododendro, pascoli di yak e chauri – paesaggi che diventano sempre più lunari e rocciosi man mano che si sale verso l’alto. Ogni tanto, quando il vento dissipa la foschia che si raccoglie nelle valli, appaiono all’orizzonte le cime innevate del Gauri Shankar, Numbur, Shisha Pangma, Langtang e persino Everest!

Questo trekking può essere affrontato anche come un pellegrinaggio, infatti la meta finale – o comunque il suo culmine in altezza – è la montagna sacra di Sailung (3200 metri), venerata dai Tamang in quanto sede della loro divinità territoriale, Sailung Phoi Sibda Karpo (“Il bianco signore della Terra di Sailung”). Sulla vetta della montagna, da cui nelle giornate di ciel sereno si ha una delle vedute panoramiche più belle del Nepal, si trovano numerosi chorten (monumento funebre buddhista) e rocce sacre, una caverna dalle cui stalattiti si crede coli un latte miracoloso e, infine, un monastero buddhista attualmente in costruzione.

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Da un punto di vista fisico non è certo uno dei trekking più difficili del Nepal, visto che non raggiunge le altitudini estreme di altre zone, mantenendosi, per gran parte del percorso, sotto ai 3000 metri: nondimeno ci sono alcune salite particolarmente ripide e faticose, sentieri di rocce dove è facile scivolare – specialmente se ha appena piovuto – e altri che si biforcano in continuazione facendovi perdere l’orientamento. Le difficoltà principali di questo trekking, però, sono due. Innanzitutto richiede uno spirito di adattamento sicuramente superiore ai trekking più conosciuti, dove ormai si trovano gran parte dei comfort richiesti da un certo tipo di turismo, come docce con acqua calda, wi-fi, torta di mele e pancake, persino cinema e acqua minerale in bottiglia. Qui sull’Indigenous People Trail, invece, si dorme soprattutto nelle cosiddette “homestay”, ovvero in casa di famiglie locali che vi ospiteranno nel loro villaggio: mangerete ciò che mangiano loro, quasi sempre dal bhat (riso con lenticchie e verdure speziate); non avrete il bagno in camera, che sarà invece un gabbiotto di lamiera con una turca per terra, situato a pochi metri dalla casa; non incontrerete quasi mai ristoranti o tavole calde dove fermarvi a pranzare o a prendere un tè caldo, dovrete invece portarvi il pranzo al sacco o, al limite, chiedere a qualche famiglia locale se vi può preparare un piatto di riso e lenticchie; quasi nessuno parlerà inglese, quindi dovrete inventarvi metodi alternativi di comunicazione! La difficoltà più grande – che è simultaneamente un’opportunità certo rara di tracciare il vostro percorso, di non seguire la strada già battuta da altre migliaia di persone prima di voi – è che il sentiero dell’Indigenous People Trail non è segnato, anzi nessun sentiero in questa zona lo è! Esiste una mappa del trekking, reperibile con qualche difficoltà nelle librerie di Kathmandu, ma oltre a non essere aggiornata – è vecchia di circa dieci anni – è pressoché inutile per orientarsi tra le centinaia di biforcazioni che incontrerete ogni giorno, i sentieri minori, le strade sterrate, le tracce a malapena visibili nel sottobosco pieno di alberi abbattuti, rocce levigate dalla pioggia e tronchi ricoperti di muschio. Quelli che dieci anni fa erano sentieri oggi sono piccole strade usate dalle jeep per portare cibo e altri beni di prima necessità ai villaggi, quindi dovrete inventarvi un nuovo cammino che eviti queste strade e vi porti, invece, a scoprire nuovi villaggi non segnati sulla mappa, sentieri secondari in cui vi capiterà di perdervi e infine di ritrovarvi, spuntando a volte nel luogo dov’eravate diretti e altre volte da tutt’altra parte, comunque costretti, ogni giorno, ad affrontare l’ignoto e l’imprevisto, a trovare soluzioni e accettare l’aiuto di sconosciuti.

Per orientarsi in questo labirinto di sentieri secondari è indispensabile scaricare maps.me, un’app che vi permette di consultare le mappe anche offline e di seguire il vostro percorso tramite GPS: qui i nomi dei villaggi sono raramente segnati – lo sono giusto quelli un po’ più grandi, tra cui quelli in cui si trovano le homestay – ma perlomeno troverete gran parte dei sentieri che ogni giorno vi porteranno a destinazione. Anche una bussola può in certi casi tornare d’aiuto.

Prima di partire assicuratevi di avere l’attrezzatura necessaria: abbigliamento adeguato alla stagione, qualche snack calorico (consigliamo mandorle e frutta secca, barrette energetiche, cioccolata fondente, eccetera), scarpe da trekking già “rodate” (per evitare vesciche), mappa, coltello e bussola, le pillole per purificare l’acqua (potete chiedere in qualunque casa di riempire la borraccia dalla loro fonte, oppure a volte vi daranno dell’acqua già bollita), un piccolo pronto soccorso da viaggio, salviettine umidificate per lavarvi e poche altre cose indispensabili. Cercate di tenere lo zaino leggero, diremmo non più pesante di cinque chili, ma valutate anche in base al vostro peso.

Per quanto riguarda l’itinerario, noi consigliamo di farlo al contrario rispetto alla direzione in cui è stato inizialmente pianificato questo trekking: come lo abbiamo fatto noi il percorso è soprattutto in salita, diventando quindi più faticoso, ma almeno culmina, dopo sette giorni di cammino, sulla vetta della montagna sacra di Sailung, a circa 3200 metri, dando al vostro percorso la struttura narrativa di un vero e proprio pellegrinaggio!

© Samsararoads

L’itinerario

Primo giorno: Kathmandu – Nepal Thok – Lubughat (o Kanyapani)

Dunque si inizia a Nepalthok, a soli 700/800 metri di altitudine, che da Kathmandu potete raggiungere in taxi o con un autobus locale (poche centinaia di rupie): sono circa 80 km di strada asfaltata. Da qui si comincia a camminare: visitate per prima cosa il tempio indù di Kusheshwor Mahadev, situato all’interno di un complesso alberato dove si trova anche un piccolo labirinto disseminato di Shiva lingam, e attraversate il fiume Tamakoshi per raggiungere il villaggio di Lubughat, popolato dall’etnia dei Majhi (una delle più rare che incontrerete). Qui c’è una homestay per passare la prima notte. Visto che da Nepalthok a Lubughat sono solo 50 minuti di cammino, e che era ancora mattina presto, noi abbiamo deciso di proseguire un po’ e siamo arrivati fino a Kanyapani, distante un paio d’ore di cammino (circa 200 metri di dislivello in salita), che si raggiunge attraverso un sentiero che passa in mezzo a branchi di scimmie langur nella foresta. Qui siamo andati nella scuola del villaggio – un villaggio molto carino, con case tradizionali di fango e tetti di paglia, alcuni di lamiera un po’ arrugginita – e abbiamo chiesto se qualcuno ci poteva ospitare in casa propria: con un breve giro di telefonate ci hanno trovato una sistemazione in casa di una famiglia locale dove non ci hanno nemmeno fatto pagare, e oltre a offrirci la cena ci hanno anche invitati al banchetto di un matrimonio!

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Secondo giorno: Lubughat (o Kanyapani) – Dongme

Questo giorno si cammina in salita per un totale di mille metri di dislivello, circa cinque o sei ore di cammino. Il sentiero serpeggia in mezzo a villaggi di terra rossa, colline terrazzate e foreste tropicali. Si incontrano lungo la via alcuni chorten, i monumenti funebri dei buddhisti tibetani, e diverse case/fattorie dove chiedere dell’acqua. Nell’ultimo tratto, poco prima di raggiungere Dongme, si può fare una breve deviazione per salire fino a Sunapati, un punto panoramico dove troverete altri chorten e bandierine di preghiera tibetane. Ancora dieci minuti e si arriva a destinazione. Il villaggio di Dongme (2000 metri) – abitato da poche decine di persone dell’etnia Yolmo, seguaci del buddhismo tibetano – ha un paio di homestay dove potete anche mangiare, altrimenti anche il monastero locale ha diverse stanze a disposizione per i viaggiatori. Nel villaggio troverete soprattutto persone anziane e monaci: molti dei giovani sono migrati a Kathmandu o Bhaktapur dove lavorano come artisti nelle botteghe che vendono i dipinti Thankga (tipici del buddhismo tibetano).

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 Terzo giorno: Dongme – Khandadevi

Da Dongme a Khandadevi (2000 metri) sono circa 11km di sentieri, quattro o cinque ore di cammino, e una volta arrivati c’è una homestay dove passare la notte e mangiare. A Khandadevi c’è anche un piccolo tempio indù famoso per i sacrifici animali. Questo giorno, nella foresta che circonda Dongme, potrete avvistare alcuni uccellini colorati tipici dell’Himalaya nepalese: blu, rossi, gialli, e viola col petto arancione!

Quarto giorno: Khandadevi – Doramba

Oggi il sentiero più corto (11km, quattro o cinque ore di cammino) passerebbe per Galpa Bazar – un villaggio un po’ più grande degli altri, con palazzi di cemento e qualche negozietto – e poi per il tempio di Augleshwori, un altro punto panoramico da cui vedere le montagne innevate (se il cielo lo permette). Un’alternativa più affascinante, ma anche più lunga e faticosa, passa per il villaggio di Khadadevi e da lì si inerpica per uno dei tratti più selvaggi e spettacolari di tutto il percorso, una foresta di felci in cui si snoda il sentiero a tratti invisibile in mezzo alla boscaglia. Giunti a Doramba (2100 metri), un grande villaggio Tamang sul versante di una montagna terrazzata, troverete una graziosa homestay dove vi consigliamo di rimanere una notte in più per riposarvi, godervi il panorama e l’ottima cucina della padrona di casa. Da visitare c’è il piccolo monastero buddhista-tibetano in cima al villaggio. A Doramba, inoltre, ci sono un paio di piccole botteghe dove potete comprare degli snack salati o dolci, birre nepalesi, vestiti – nel caso abbiate dimenticato qualcosa – e formaggio di chauri (un ibrido tra yak e mucca)!

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Quinto giorno: Doramba – Surkey

Anche oggi cinque o sei ore di cammino, dapprima su un crinale da cui si ha una veduta spettacolare della valle sottostante, dei villaggi con i terrazzamenti di mais e prezzemolo, successivamente in discesa fino alle cascate e i suspension bridge dalle parti di Surkey (1850 metri), un piccolo villaggio dell’etnia Thami dove troverete un paio di piccole homestay dove dormire e mangiare un ottimo dal bhat. Se il cielo è abbastanza chiaro, da qui vedrete le montagne innevate in lontananza.

Sesto giorno: Surkey – Rajveer gomba (o Kholakarka)

Questo è forse il giorno più faticoso di tutto il trekking. Da Surkey si sale di mille metri fino al villaggio Sherpa e Tamang di Kholakarka (2950 metri), un insediamento di dodici persone ai piedi di Sailung – la vetta della montagna sacra – dove tutte le case sono fatte di legno e lamiera, con le pentole appoggiate sui tetti ad asciugare, la carne essiccata appesa sui soffitti anneriti dal fumo del falò che usano per cucinare e per scaldarsi. Per dormire c’è una “community homestay”, un tugurio di legno con letti sporchi e coperte fredde di umidità: sembra, davvero, di essere piombati in un romanzo di Zola sui minatori dell’Ottocento! Per mangiare, al piano di sotto, c’è una tavola calda dove servono dal bhat, uova e formaggio di chauri (incontrerete questi animali salendo verso il villaggio). In alternativa, invece di salire fino a Kholakarka per dormire, potete fermarvi, un po’ più sotto, al monastero buddhista di Rajveer (scritto anche Rajbhir): qui hanno delle stanze dove potete chiedere di passare la notte. La sala principale del monastero è decorata con dei meravigliosi dipinti fatti da artisti del Bhutan, e vi sono conservati vari cimeli tra cui degli strumenti a fiato fatti con femori umani.

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Settimo giorno: Rajveer gompa (o Kholakarka) – Sailung – Magha Deurali

Finalmente si raggiunge la meta culminante del trekking-pellegrinaggio! Sveglia all’alba per salire fino alla cima della montagna sacra di Sailung, dove con un po’ di fortuna avrete una delle vedute panoramiche più spettacolari del Nepal: da un lato le montagne innevate al confine col Tibet, dall’altro le Mahabharat Hills ricoperte di vegetazione. Su questa vetta tondeggiante, ricoperta da un manto erboso che a tratti si dirada per mostrare la nuda roccia, troverete diversi chorten e rocce sacre, le impronte del leggendario Guru Rinpoche e due grotte sacre per i Tamang, una con delle stalattiti da cui si crede che, durante le notti di luna piena, coli del latte miracoloso, l’altra così piccola che solo chi è senza peccato riesce a passare dalla sua fenditura. Potreste anche assistere ai riti post-funebri che i Tamang vengono a svolgere con l’aiuto dei lama buddhisti. Da qui si scende fino alla cittadina di Magha Deurali dove potrete finalmente dormire in un hotel vero e proprio – per quanto gli standard rimangano piuttosto bassi – e soprattutto fare una doccia calda! Il mattino seguente potete prendere una jeep o un autobus e ritornare a Kathmandu (che dista circa 110km). Altrimenti, se avete ancora voglia di camminare, sono altri due o tre giorni di cammino per raggiungere Kalinchok (3800 metri), un’altra vetta sacra per il popolo Tamang.

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Altre informazioni pratiche

Per l’Indigenous People Trail non sono richiesti permessi particolari. Non è necessaria una guida ma se volete potete ingaggiarne una a Kathmandu.

Nel quartiere di Thamel, nella capitale, ci sono diversi negozi di trekking dove potete comprare l’abbigliamento a prezzi abbastanza convenienti: l’unica cosa su cui di certo non risparmieremmo sono le scarpe – quelle, se possibile, meglio portarle da casa.

Questo trekking, svolgendosi a un’altitudine moderata, può essere fatto anche d’inverno, certo col rischio di trovare neve dalle parti di Sailung, ma i periodi migliori sono Ottobre-Novembre, quando i cieli sono più limpidi e si ha una vista migliore, oppure Aprile-Maggio, prima che inizi la stagione monsonica, che è anche il periodo di fioritura dei rododendri. L’estate, periodo di piogge, è sicuramente il periodo peggiore dell’anno, anche per le sanguisughe che vi si attaccheranno alle caviglie, ma è in questo periodo – durante la luna piena del mese di Saun (Luglio/Agosto) – che si tiene il festival più importante dell’anno per i Tamang, che vengono quassù a svolgere i riti post-funebri per gli antenati, accompagnati dai loro sciamani esperti nelle tecniche della transe.

La mappa dell’Indigenous People Trail, edita da “Himalaya Map House”, è reperibile in alcune librerie di Kathmandu e costa intorno alle 600 rupie. Ricordatevi però di scaricare anche maps.me.

Il costo di ogni homestay è di circa 2000 rupie a notte (per entrambi), pasti inclusi.

Chi siamo?

Siamo Giada e Stefano, due viaggiatori innamorati dell’India – il Paese che ci ha fatti incontrare! – che, nel 2019, ne hanno fatto la loro casa.

Viviamo a Varanasi, la città sacra sulle sponde del Gange, e da lì gestiamo la nostra piccola attività di viaggi all’avventura, Samsara Roads.

I nostri viaggi sono completamente organizzati e guidati da noi: il nostro scopo è quello di far conoscere l’India più autentica, fuori dai circuiti turistici e nel rispetto della popolazione locale. La esploriamo esclusivamente via terra, spostandoci con autobus locali, tuk tuk, treni notturni e qualunque altro mezzo abbia dalle due ruote in sù!

In questo momento ci troviamo in Nepal per turismo e abbiamo fatto questo meraviglioso trekking, che consigliamo a chiunque voglia provare un’esperienza molto autentica!

© Samsararoads

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